Negli ultimi dieci anni l’industria manifatturiera umbra si è ridimensionata. Il numero delle imprese è sceso, il peso percentuale sul totale dell’economia regionale si è assottigliato. Ma non c’è alcuna rotta.
È questa la lettura che emerge dai report della Camera di Commercio dell’Umbria, che monitora in modo continuo l’andamento congiunturale e strutturale dell’economia regionale grazie ai dati che affluiscono costantemente al sistema camerale, in particolare i bilanci delle imprese, strumento essenziale per cogliere le trasformazioni profonde del tessuto produttivo.
Il calo c’è, ed è evidente. Ma è coerente, governato, in linea con le dinamiche nazionali.
Una traiettoria condivisa. La terziarizzazione non è un’anomalia umbra
La perdita di peso dell’industria manifatturiera non riguarda solo l’Umbria. È il riflesso di una trasformazione strutturale dell’economia italiana, sempre più orientata ai servizi.
In questo quadro, l’Umbria si muove in sintonia con la media nazionale, senza scarti anomali.
Nel confronto con le regioni di riferimento, emerge un posizionamento intermedio: la terziarizzazione dell’economia umbra è più marcata rispetto alle Marche, ma meno accentuata rispetto alla Toscana. Un equilibrio che segnala adattamento, non declino.
Il cuore della manifattura: il valore aggiunto. Il 44% dell’economia umbra resta industriale
Il dato decisivo non è il numero delle imprese, ma la ricchezza che producono. Negli ultimi bilanci delle imprese disponibili l’industria manifatturiera umbra genera il 44% del valore aggiunto complessivo regionale prodotte dalle società di capitale (S.p.A., S.r.l, cooperative, società in accomandita per azioni), a fronte di appena l’8,8% delle imprese, dato che al III trimestre 2025 fotografa la struttura produttiva attuale.
Un risultato nettamente superiore alla media nazionale, ferma al 35,5%, e in linea con le regioni manifatturiere del Centro: Toscana (45,5%) e Marche (49,3%).
Non è un’inversione recente, ma una costante. Nel 2019, ultimo anno pre-Covid, il peso del valore aggiunto manifatturiero era:
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Umbria: 45,8%
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Toscana: 49,5%
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Marche: 54,3%
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Italia: 38,4%
Le proporzioni cambiano, la struttura resta.
Un arretramento più marcato, ma territoriale. Il Centro Italia perde industria più del Paese
Negli ultimi anni il peso della ricchezza prodotta dalla manifattura è sceso in Umbria del –3,9%, più della media nazionale (–1,3%).
Ma il confronto va esteso al contesto territoriale.
Nel Centro Italia, la flessione è stata più intensa in Toscana (–8%) e sostanzialmente identica nelle Marche (–3,8%).
È dunque il Centro nel suo complesso a mostrare una tendenza alla deindustrializzazione più accentuata rispetto alla media nazionale. L’Umbria segue questa traiettoria, senza estremizzarla.
Meno imprese, ma più grandi. Il cambio di scala della manifattura umbra
Nel decennio III trimestre 2015–III trimestre 2025 il numero delle imprese manifatturiere umbre scende del 15%, da 8.108 a 6.890. Un calo superiore alla media nazionale (–11,2%) e a quella toscana (–11,3%), ma inferiore a quello delle Marche (–18,1%).
La differenza sta nell’occupazione: gli addetti diminuiscono solo del 3,8%, meno del dato nazionale (–5,8%).
Il risultato è una crescita della dimensione media, che passa da 8,6 a 9,8 addetti per impresa, pari a +12,2%, contro il +6,1% della media italiana. La manifattura umbra resta leggermente sotto la media nazionale (10,3 addetti), ma la direzione è chiara.
Più lavoro stabile, più solidità. Il segnale strutturale più netto
Il dato forse più significativo riguarda i dipendenti non familiari, indicatore chiave della solidità aziendale.
Nel decennio considerato, a fronte di un –15% di imprese, i dipendenti non familiari crescono del 30,5%, superando anche la già rilevante crescita nazionale (+26,3%).
È la fotografia di una manifattura che, gradualmente, abbandona la micro-dimensione familiare e si struttura su basi più solide.
Salari più alti, produttività più elevata
I bilanci delle imprese mostrano un ultimo dato decisivo: la qualità del lavoro.
Nelle società di capitale dell’industria manifatturiera umbra il costo medio annuo per addetto è di 30.440 euro, contro i 23.396 euro degli altri settori dell’economia regionale.
Il divario è netto:
Un differenziale che riflette maggiore produttività, maggiore valore aggiunto e maggiore qualità occupazionale.
Arretra, ma non è in rotta. La manifattura resta un pilastro
L’industria manifatturiera umbra arretra in termini numerici e percentuali. Ma non perde centralità, non collassa, non si svuota.
Si concentra, si rafforza, si ristruttura.
E continua a essere uno dei cardini dell’economia regionale, capace di produrre quasi metà della ricchezza umbra con meno di un decimo delle imprese.
I numeri, monitorati costantemente dalla Camera di Commercio dell’Umbria, non lasciano spazio a letture superficiali. Qui non c’è una fine. C’è una trasformazione.
Presidente camera Commercio Giorgio Mencaroni: “I dati mostrano un’economia che sta cambiando assetto, non un settore che perde la propria funzione. La manifattura umbra arretra nei numeri, ma continua a svolgere un ruolo rilevante nella creazione di valore e nella qualità dell’occupazione, all’interno di un sistema economico sempre più integrato. Industria, servizi, turismo e commercio non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso ecosistema che evolve. Leggere correttamente queste dinamiche è essenziale per accompagnare le trasformazioni in atto e rafforzare la competitività complessiva del territorio, puntando su dimensione d’impresa, competenze e capacità di fare rete, ma anche sulla piena partecipazione alla transizione digitale ed ecologica, una dinamica storica nella quale occorre essere protagonisti, perché restarne fuori significa perdere progressivamente spazio, fino a rischiare l’estinzione”.
Perugia
17/01/2026 14:25
Redazione