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Si e' aperta a Gubbio l'esposizione del Gonfalone del Corpus Domini, secondo alcuni critici attribuibile al giovane Raffaello

Si e' aperta a Gubbio, alla chiesa dei Bianchi, l'esposizione del Gonfalone del Corpus Domini, secondo alcuni critici attribuibile al giovane Raffaello

Si apre a Gubbio l’esposizione del Gonfalone del Corpus Domini, scoperto circa vent’anni fa nella Chiesa di Santa Maria al Corso e oggetto - da oltre tre lustri - di un vivace dibattito tra esperti sull’artista o la bottega che lo ha realizzato. La mostra è ospitata presso la Chiesa di Santa Maria dei Laici (detta “dei Bianchi”), a una delle estremità delle Logge dei Tiratori in piazza Quaranta Martiri, e si intitola “Un giovane Raffaello a bottega - Evidenze e indizi nel Gonfalone del Corpus Domini di Gubbio”.

All’inizio dell’anno che celebra Raffaello Sanzio, è tornato a riaccendersi l’interesse per un’opera pittorica ritrovata a Gubbio agli albori del terzo millennio e ancora da studiare in maniera adeguata. Mentre l’Italia intera - a cominciare dalle Marche e dall’Umbria - pur con le restrizioni dell’emergenza sanitaria, celebra il quinto centenario dalla morte del grande artista urbinate, studiosi e critici d’arte ripropongono l’interrogativo di quanto e come il genio del Rinascimento italiano abbia contribuito alla realizzazione del Gonfalone processionale della Confraternita eugubina del “Corpus Domini”.
Quella che da oggi è visibile per esperti e pubblico è una interessante composizione bifacciale su tela, con altezza di 208 centimetri e larghezza di 179, raffigurante il Risorto con la croce, con uno schienale retto da tre angeli, con i santi Ubaldo e Francesco inginocchiati per la venerazione del Salvatore. Sant’Ubaldo sta raccogliendo in un calice d’oro il sangue che esce dalla ferita del costato di Gesù. Le due facce del gonfalone hanno lo stesso soggetto, ma differenze rilevanti di carattere artistico e cromatico.
Nell’ottobre del 2004, furono la storica dell’arte della Soprintendenza di Perugia, Giordana Benazzi, e il direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi di Gubbio, Paolo Salciarini, a presentare le conclusioni di tre anni di studio sul dipinto e i risultati delle analisi effettuate con tecniche a infrarossi, riflettografia, fluorescenza a raggi X e microscopio a scansione elettronica per osservare le sezioni stratigrafiche. A rendere più intrigante e fitto il mistero sull’attribuzione raffaellesca contribuì allora anche una sigla particolare che, a una prima osservazione, evidenziava una R e una V, tracciate ripetutamente sul piviale indossato dal vescovo e patrono di Gubbio, sant’Ubaldo. Un esame accurato del paleografo Massimiliano Bassetti invitava a interpretare il monogramma con l’espressione “Raphael Urbinas”. Sarebbe, dunque, una vera e propria firma del maestro urbinate, all’epoca giovanissimo, intorno ai 14-16 anni.
L’attribuzione convince anche lo storico dell’arte Luca Tomio, consulente scientifico e conduttore del documentario per il cinquecentenario di Raffaello, trasmesso dalla Rai a inizio 2020. Tomio e il restauratore tuderte Marcello Castrichini sono convinti che il dipinto processionale bifacciale eugubino sia una sorta di “anello di congiunzione”, una fase di passaggio tra il periodo urbinate e quello umbro di Raffaello. Un intervento che il pittore, in età giovanile, avrebbe fatto sia sulla fase compositiva e preparatoria dell’impianto pittorico, sia nella realizzazione diretta e con il suo pennello di alcuni particolari figurativi.
Dal 2004 in poi, il gonfalone ha suscitato una crescente curiosità, specie tra cultori del Rinascimento e critici d’arte. Nel 2009 è stato esposto al Palazzo Ducale di Urbino nella mostra dedicata alla formazione di Raffaello e ai rapporti con la città natale. Dal settembre 2011 al gennaio 2012 è stato alla mostra “Alla Mensa del Signore, capolavori dell’arte europea da Raffaello a Tiepolo” presso la Mole Vanvitelliana di Ancona, in occasione del XXV Congresso Eucaristico nazionale. Infine, nel 2013, l’opera è stata portata a Novi Sad in Serbia per la mostra “Umanesimo e Rinascimento nell’Appennino centrale”.
“Lo scopo dell’esposizione che abbiamo voluto organizzare - spiega il vescovo di Gubbio, Luciano Paolucci Bedini, durante l’anteprima dell’apertura - è quello di rilanciare lo studio dell’opera, sia per il completamento dei restauri che sono parziali, sia per gli indizi che alcuni studiosi hanno rilevato circa l’intervento di un giovane Raffaello o della bottega del padre, Giovanni Santi. C’è chi contesta l’attribuzione ed è anche per questo che abbiamo promosso l’esposizione, invitando gli esperti d’arte a visionarla e studiarla, in vista di un convegno che vorremmo organizzare al più presto, compatibilmente con le restrizioni dell’emergenza coronavirus”.
Il filo conduttore della grafica che accompagna l’esposizione, aperta a ridosso del Ferragosto, è uno degli angeli dipinti sul lato più curato e interessante dell’opera. La somiglianza tra il suo volto e l’autoritratto di Raffaello è davvero impressionante.
“Resta da pulire e restaurare circa il 25 per cento del gonfalone, dopo l’opera compiuta negli ultimi anni dalle restauratrici eugubine Tiziana Monacelli, Vincenza Morena e Roberta Tironzelli. La conclusione dei restauri - aggiunge Paolo Salciarini, direttore dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici della Diocesi di Gubbio - ci aiuterà anche con l’attribuzione. Al di là delle posizioni dei vari critici e storici dell’arte, l’importante è che l’opera venga studiata e ci sia il confronto fra le idee, perché solo così si può arrivare a una conclusione”.
All’esposizione iniziata oggi hanno lavorato la storica dell’arte Giordana Benazzi, che ha condensato i suoi studi e approfondimenti nei testi di sei pannelli esplicativi, l’architetto Francesco Raschi che ha curato gli allestimenti, le aziende Traversini e Illux per supporti e illuminazione, lo studio Federico Venerucci Comunicazione per il progetto grafico e la stampa dei materiali.
Quello della Chiesa di Santa Maria dei Laici è uno dei quattro spazi espositivi che compongono il Polo museale diocesano, un circuito curato dall’associazione culturale “La Medusa”, che - oltre alle Chiesa dei Bianchi - collega con un biglietto unico il Museo diocesano accanto alla Cattedrale, la Chiesa di Santa Maria Nuova e il Museo delle memorie ubaldiane nella Basilica di Sant’Ubaldo in cima al monte Ingino.
Gubbio/Gualdo Tadino
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