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Le 825 imprese coesive che tengono insieme l’Umbria produttiva: prima nel Centro, decima in Italia. La quota resta 4,6 punti sotto la media nazionale

Le 825 imprese coesive che tengono insieme l’Umbria produttiva: prima nel Centro, decima in Italia. La quota resta 4,6 punti sotto la media nazionale

Le 825 imprese non hanno una targa che le distingua. Non appartengono a un settore, non compaiono in un registro speciale. Si riconoscono da come prendono le decisioni: ascoltano i dipendenti, lavorano con fornitori e talvolta con concorrenti, cercano nelle banche, nelle università, nelle istituzioni e nel non profit ciò che non possono produrre da sole. La loro forza non è l’autosufficienza, ma il contrario.

È questa la popolazione industriale che emerge dal Rapporto promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne e Intesa Sanpaolo. L’indagine riguarda le manifatturiere attive con 5-499 addetti e definisce coesiva un’impresa quando intrattiene relazioni strutturate con almeno tre categorie di interlocutori. Il focus regionale, approfondito con il supporto dell’Ente camerale umbro, in base ai dati del Sistema camerale ne calcola 825: il 38,9% dell’universo considerato.

Una regione davanti al Centro, ma dietro al Nord

L’Umbria è prima nel Centro e decima in Italia. Precede Toscana, Lazio e Marche e si colloca nella metà superiore della graduatoria nazionale. Il confronto cambia però appena lo sguardo si sposta verso Nord: la media italiana è al 43,5%, 4,6 punti più in alto, e tutte le sette regioni sopra quella soglia sono settentrionali. La regione ha recuperato molto rispetto al 2020, quando si trovava intorno al 31%, ma negli ultimi due anni la crescita si è fermata poco sotto il 39%. Il dato racconta quindi una tenuta, non ancora un salto. L’Umbria conserva una trama produttiva più fitta di quella delle altre regioni del Centro, ma non riesce a trasformarla nella stessa capacità di innovazione e crescita osservata nei sistemi industriali più avanzati.

La conoscenza non viaggia da sola

Il Rapporto costruisce questa lettura su due riferimenti economici. Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, vincitori del Nobel per l’economia 2025, hanno spiegato da prospettive diverse che la crescita di lungo periodo nasce dall’innovazione, dalla sostituzione di tecnologie e modelli superati e dalla capacità delle società di produrre e diffondere conoscenza. Da qui uno dei passaggi più incisivi del volume: relazioni, istituzioni e reti cooperative non sono un ornamento etico dell’economia, ma una sua condizione strutturale. Una macchina nuova o un programma di intelligenza artificiale non bastano se mancano competenze, credito, formazione, fornitori affidabili e organizzazioni capaci di cambiare. Lasciata a sé stessa, osserva il Rapporto, la tecnologia può concentrare il valore nelle aziende e nei territori già forti. Le reti servono anche a evitare che la transizione digitale e quella ambientale allarghino le distanze. I numeri nazionali mostrano quanto pesa questa differenza. Nel triennio 2023-2025 ha investito in ricerca e sviluppo il 56% delle imprese coesive, contro poco più del 32% delle altre. Le tecnologie digitali 4.0 sono state adottate dal 76% delle prime e dal 49% delle seconde; per l’intelligenza artificiale il confronto è 31% contro 16%. La formazione coinvolge l’87% delle coesive e il 60% delle non coesive. Per il 2026, un aumento del fatturato è previsto dal 33% contro il 20%; per l’occupazione, dal 21% contro il 13%. Sono dati italiani, non risultati attribuibili automaticamente alle aziende umbre. Spiegano però perché quelle 825 imprese rappresentano una massa critica: sono la parte della manifattura regionale più vicina a un modello nel quale la piccola dimensione non obbliga all’isolamento. In una regione di imprese piccole, la rete diventa così una forma di dimensione economica.

Il guadagno che l’Umbria non incassa

La seconda sponda teorica è Amartya Sen. Per il premio Nobel lo sviluppo non coincide con il solo aumento del Pil (Prodotto interno lordo), ma con l’ampliamento delle possibilità concrete delle persone: reddito, lavoro, sicurezza, partecipazione, relazioni e qualità della vita. Per questo il Rapporto mette la presenza delle imprese coesive accanto agli indicatori economici e sociali dei territori. Nelle province con una quota di imprese coesive superiore alla media nazionale, il reddito disponibile pro capite è mediamente del 13,7% più alto della media italiana e il valore aggiunto del 20,6% superiore. Nei territori meno coesivi, i due valori scendono rispettivamente dell’8,7% e del 13,1%. Non è una catena automatica di causa ed effetto: territori solidi aiutano le imprese a collaborare e imprese più aperte rafforzano a loro volta il territorio. L’Umbria, insieme alle Marche, si allontana da quella traiettoria. Gli autori collegano questa anomalia anche alle conseguenze di lungo periodo dei terremoti del 1997 e del 2016, che hanno colpito produzione e comunità interrompendo percorsi di sviluppo in precedenza più vicini al modello settentrionale. I grafici restituiscono inoltre una regione relativamente meglio posizionata sul versante ambientale e delle relazioni personali, ma più debole nella partecipazione culturale e nel volontariato. Le 825 imprese sono dunque una base già consistente, non ancora il motore dell’intero sistema. Nei prossimi anni il punto sarà vedere se quella quota tornerà a crescere e se collaborazioni oggi diffuse ma spesso discontinue riusciranno a tradursi più spesso in ricerca, formazione, filiere, esportazioni e lavoro qualificato.

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Le 825 imprese coesive raccontano una parte dell’Umbria che non aspetta di diventare grande per comportarsi da grande: cerca competenze, costruisce alleanze, coinvolge le persone e condivide i rischi. Il primo posto nel Centro è un risultato importante, ma non cancella la distanza dalla media nazionale né il divario tra la qualità delle relazioni e i risultati economici della regione. Per le nostre piccole e medie imprese la rete non è un ornamento, è un modo per guadagnare scala, innovare e trattenere professionalità. La Camera di Commercio continuerà a sostenere con convinzione questo percorso con dati, servizi e collegamenti tra sistema produttivo, istruzione, ricerca, formazione, perché i rapporti diventino investimenti e opportunità concrete”.

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